Ex zona militare. Il limite, è bonificabile.


Sabato scorso c’è stata la manifestazione a Capo Frasca contro le occupazioni militari, della Sardegna e del mondo.

Cos’è una manifestazione?

La manifestazione è un grande rituale della nostra società desacralizzata che non bisogna ridurre alla sua efficacia lineare.

Questo e altri estratti in questo articolo sono ripresi da “Contro il niente”, di Miguel Benasayag.

Ogni manifestazione è un atto di ritessitura del sociale cui conseguenze non seguono percorsi lineari a breve termine ma si ramificano e possono morire o ingigantirsi secondo logiche non prevedibili. La sua riuscita non è da valutare secondo i numeri o i suoi effetti immediati ma alle ripercussioni che essa avrà nei tempi a venire.

Ogni manifestazione coinvolge corpo e anima di chi vi partecipa.

Ci sono attività che possono essere portate avanti senza mettere l’animo in gioco. La manifestazione non è una di queste. Serve un grande animo perché la manifestazione non diventi solo una sfilata, e sia produttiva per il raggiungimento degli obiettivi a cui essa è rivolta.

D’altra parte ci sono attività che possono essere portate avanti senza mettere il corpo in gioco. La manifestazione non è una di queste. È un’attività corporea e il corpo viene considerato nei conteggi fatti per valutarla, ma non solo. Servono corpi, servono persone perché è attraverso lo scambio faccia a faccia che si muovono davvero le cose.

In una manifestazione i corpi e le anime escono dalle proprie dimore, dai propri circoli, dalle proprie famiglie, dal proprio “io”. Si incontrano, si affiancano. Si sorridono. Gridano insieme la loro rabbia. Si scambiano informazioni, opinioni, sentimenti, desideri. Si uniscono nel non accontentarsi di capire il reale: vogliono cambiarlo.

La ricchezza di questi incontri è inestimabile. L’incontro è potenza in atto.

In questo la manifestazione di Capo Frasca del 12 Ottobre è stata positiva. 500.000 anime, considerando i morti, si sono riunite a Capo Frasca. I corpi vivi erano due zeri in meno, ma non è questo che importa. Ciò che importa sarebbe che, chi ancora in vita, elabori pratiche di resistenza viva, dunque ATTIVA, perché ai morti gli viene, come dire, un tantino difficile.

Loro resistono passivamente, standoci vicini, dandoci forza, ricordandoci la potenzialità del nostro corpo. La resistenza passiva dei morti, che ci arriva con i ricordi, le testimonianze, con i libri, con le canzoni, è una delle nostre ricchezze.

La resistenza passiva fatta dai vivi, invece, logora gli animi, deprime, rattristisce. Ci porta ad aggrapparci alla speranza, entità astratta non abbastanza forte per reggere il nostro peso, lasciando dietro sè nuovi morti.

A proposito, la Sardegna c’è un nuovo record per numero di suicidi. Diciamolo chiaramente, aggrapparsi alla speranza, non è raccomandabile.

In quanto esseri vivi e coscienti la nostra resistenza deve passare attraverso la creazione di pratiche. Pratiche creative, di studio, di comprensione, di lotta. Smettere di indignarci e lavorare sui vettori concreti e reali della situazione. Ognuno con la sua competenza specifica e pulsione unica, ma insieme verso l’idea che ci accomuna.

C’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo: un’idea il cui tempo è giunto.

Victor Hugo

Una delle idee cui tempo è giunto è quella per cui la militarizzazione del mondo debba giungere al termine. Possiamo dirlo. Sono millenni che la militarizzazione delle società è protagonista. Ma ciò non era così per centinaia di migliaia di anni ( ricordiamo che la nostra specie è presente su questa terra da circa 300 000 anni e il militarismo avrà iniziato ad avere ruolo centrale nelle nostre società, da quanto? Da massimo 4000 anni?) e non durerà in eterno. Abbiamo in noi le potenzialità per marginalizzare il militarismo e non subire i suoi mali. Nel nostro caso, partendo dalla terra che ci ospita, la Sardegna, cui luoghi militarizzati abbondano.

Il militarismo, padre, figlio e fratello dell’imperialismo è responsabile di mali di ogni genere. Distruzione di luoghi meravigliosi, morte, malattia, migrazione disperata, povertà, mendicanza, dipendenza, aporìe. 

l militarismo è una serie di atteggiamenti politico-ideologici che mirano all’asservimento della vita politica, delle funzioni e dei rapporti socio-culturali ad un potere militare.

https://it.wikipedia.org/wiki/Militarismo

L’antimilitarismo in questo periodo è semplice e pura logica. Il suo tempo è giunto.

Eppure continuano gli strascichi dell’era precedente, per cui ci capita di vedere anche in Sardegna chi tenta sia a livello legale che mediatico di difendere gli interessi bellici e di attaccare chi li denuncia e chi ha semplicemente lavorato per renderci consci dei danni sociali, alla salute ed economici che il militarismo comporta. 

Siamo partiti con questo progetto con l’idea di aiutare a decostruire alla svelta, in maniera un po’ ironica, l’associazione per cui antimilitarista farebbe rima con terrorista. La rima c’è, è vero,  peccato solo scoprire che in realtà gli antimilitaristi sono piuttosto persone consce dei problemi legati alle servitù e politiche militari, e di conseguenza più che terroristi, spesso sono persone terrorizzate. O alle volte sono persone non affatto terrorizzate, e che per questo agiscono nel giusto, informando, facendo atti simbolici, zenza paura. Anche se a volte un po’ di paura la sentono eccome.

La paura.

Anche noi abbiamo avuto paura a volte. Leggendo i numeri dei morti, degli ammalati, dei malformati, degli aborti spontanei. Voi non avete paura? Leggendo le dichiarazioni dei fisici, dei medici e dei testimoni ai processi o leggendo le gravi denunce ricevute da persone innocenti responsabili al massimo di aver tagliato una rete per fini dimostrativi e simbolici.

La paura, si fa sentire. L’hai sentita anche tu? Sai di cosa parliamo. Ma sarai d’accordo con noi: non vogliamo farci prendere dalla paura. La paura è un po’ come la speranza, lascia, di fatto, le cose come stanno e quando meno te l’aspetti ti molla in qualche baratro.

I legami.

Noi abbiamo qualcosa di meglio, a cui aggrapparci. Abbiamo i legami.

I legami con chi ci ha preceduto e con le altre persone attive contemporanee, abbiamo esempi e idee di pratiche, abbiamo occasioni e voglia di incontrarci, anche in pochx, ma unitx per elaborare e decidere le nostre azioni.

La resistenza crea legami e su di essi si fonda. Tutto ciò che possiamo fare è impegnarci in azioni concrete e condivise.

Come? Realizzando studi o opere in autonomia o compagnia, aiutando nelle associazioni antimilitariste esistenti o creandone di nuove per ogni gusto e ogni competenza. Organizzando momenti di incontro, solidarizzando tra noi, spingendo le azioni condivise, facendo amicizia, parlandoci, incontrandoci.

Le etichette.

I mass media con impronta capitalista usano le etichette sociali per scindere la società in mille categorie e farci sentire isole separate legate solo al consumo. Le etichette sono di fatto atti manipolatori per non farci guardare in faccia le persone che incontriamo. E funzionano. Ironizzare sulle etichette è un modo per abbatterle.

“Terroristi”, “insurrezionalisti”, “scalmanati” sono etichette volte a creare una senzazione di estremismo in gruppi di rivendicazione di ogni genere. Immigrati, no-tav, no-vax, gay, vegani, sono etichette più specifiche per gli stessi scopi. Ci portano a smettere di ascoltare le ragioni che muovono le manifestazioni di certi gruppi di persone e i dubbi da loro sollevati, riducendoli semplicisticamente a “dubbi che io non mi pongo”, e “etichetta a cui io non mi sento di appartenere” e di cui di conseguenza non voglio sapere nulla. Le etichette tendono a isolare le persone in insiemi chiusi togliendo l’apertura che ogni gruppo che porta avanti rivendicazioni di ogni genere ha invece come caratteristica principale, essendo formato da persone complesse, con mille sfaccettature e mille interessi.

Ma anche etichette a prima vista più innocue, che riguardano in genere l’occupazione, (come “disoccupati”, “operai”, “pastori”, “studenti”, “artisti”, “intellettuali”) sono etichette che nei mass media sono volte alla separazione delle persone le une dalle altre.

Che sia fatta con accusa, con ammirazione o compassione, l’etichettatura prende le stesse trame di una manipolazione, spingendo verso l’allontanamento delle persone e la loro disgregazione in gruppi separati e irraggiungibili l’un l’altro. Ma ogni etichetta si riferisce in realtà a gruppi liquidi, con confini sono permeabili, cui separazione fisica è inventata.

Basta guardarsi intorno. Ci pastori che sono poeti, sono stati emigrati, hanno amici vegani e sono antimilitaristi. Ci sono lesbiche che fanno le artigiane, sono sportive e sono state disoccupate, E allora?

500.000 antimilitaristas

Come collettivo artistico abbiamo deciso di rispondere pan per focaccia a queste etichette e abbiamo cercato di usarle per ri-avvicinarci. Tra l’individualismo allargato e la centralità obbligata esiste la molteplicità. Molteplicità di esseri frammentati e stratificati ma con molte basi comuni, che sotto un’unica etichetta saranno sempre stretti ma in un’unica lotta si faranno forza a vicenda.

Abbiamo giocato ironizzando sulle etichette sociali per dire in realtà che esse non esistono se non in contemporanea con mille altre o per dire, beh, in ogni etichetta c’è unx nostrx amicx o conoscente e, toh, in qualsiasi modo ci sentiamo frammentati ci riuniremo riconoscendoci in certi pensieri, come ad esempio, nell’idea antimilitarista

Con le servitù militari è facile trovare punti in comune.

Oltre a castrarci socialmente ci stanno letteralmente ammazzando. C’è poco da cercare, ci accomuna il semplice amore per la vita.  Hanno provato e riprovato ad alzare le tifoserie per i posti di lavoro, ma i dati dicono a chiare lettere che i posti di lavoro sono a dir poco ridicoli e a grosso, grossissimo rischio, e l’economia generale crolla in ogni adiacenza militare, a colpi di inquinamento e spopolamento.

Qualsiasi contratto firmato dallo Stato Italiano che prevedesse la distruzione e inquinamento delle terre e acque Sarde senza pagarne i danni e le bonifiche è da considerarsi fraudolento nei nostri confronti che la abitiamo ed amiamo. 

Niente è imbonificabile.

A proposito di etichette, smontiamone un’altra che ci capita spesso di sentire in ogni occasione, relazionata al militarismo.  L’etichetta “imbonificabile”. Non esistono luoghi imbonificabili. 

Esistono luoghi dove non c’è interesse politico che siano bonificati e/o dove non risulta economicamente vantaggioso bonificare. 

Ma le nostre terre sono e saranno sempre bonificabili, e, che sia vantaggioso o no per chi le ha distrutte e inquinate è giunta l’ora di chiedere il conto e la bonifica a loro spese.

L’ospite maleducato.

Il capitalismo, permette a multinazionali ed eserciti di comportarsi come ospiti viziati e falsi. Arrivano con grandi sorrisi, specchietti in dono e due elemosine per chi li segue. Mentre sono ospitati, sfruttano, guadagnano, sporcano, distruggono e quando non gli conviene proseguire, se ne vanno lasciando i conti da pagare e la società in pezzi.

Quanti di noi saprebbero prendere quest’ospite all’orecchio e dirgli semplicemente come ci si comporta in casa altrui?

Perché con gli eserciti e le multinazionali non riusciamo allora a far valere i nostri diritti?

La paura non dev’essere il nostro freno, ma solo una spinta ad aiutarci a vicenda in questo percorso di liberazione.

L’antimilitarismo è pura logica. Stai distruggendo, ci stai ammazzando e ti devi fermare. E prima di andartene devi bonificare.

Chi rompe paga.

Solo l’ipotesi che possa essere attuata la regola che chi rompe debba poi pagare potrebbe fermare la distruzione presente.

Usciamo dal recinto degli “spettatori a casa”. Pretendiamo che le industrie delle armi, i ministeri delle “difese”, e le varie organizzazioni responsabili della loro distruzione, tra cui la Nato, paghino le bonifiche dei danni cui sono responsabili.

Se lasciamo correre gli eventi guardandoli da spettatori, prepariamoci a vedere e sentire bombardamenti e inquinamento fino a giugno, così come da calendario militare, salvo non essere noi stessi quelli che moriranno prima. E così a seguire il prossimo Ottobre. Fino a quando veramente non lo pretenderemo. Non la smetteranno e non bonificheranno finché non lo chiederemo in mille e una voce. Se non lo facciamo noi lasciamo questo ingrato compito a chi verrà dopo di noi. Ma non abbiate dubbi sul fatto che questo avvenga.

Primo passo: informarsi.

Vogliamo 500.000 antimilitaristi. E non a guardare. Ci vogliamo in attività. In quale? È ognuno di noi a sceglierlo. Chi sa scrivere scriva, chi sa disegnare disegni, chi sa calcolare calcoli, chi sa strutturare strutturi. Ci sono pratiche utili per ogni gusto e ogni aspirazione. Il punto di vista antimilitarista della salute, quello storico, turistico, commerciale, del diritto si stanno sviluppando nonostante le paure, le accuse, e le censure. Per prima cosa è nostro compito leggere le varie produzioni di materiali informativi e testimonianze dal basso. Poi, fare la nostra importante parte.

Ubrec è un collettivo artistico. Continueremo dunque a fare il nostro, valorizzando la bellezza che ancora ci circonda e diffondendo idee che ci fanno incontrare con altre realtà e legare con altre persone. Un grazie di cuore a chi ha lavorato affinché la manifestazione di Capo Frasca avesse luogo, a chi è venuto anche all’ultimo, a chi non è potuto venire ma ha invitato gli amici e le amiche a partecipare. Grazie al gruppo spontaneo “Arrejona antimilitarista” per aver creato con noi i testi e le rime per questo progetto.

Le utopie non esistono, esistono idee cui servono molte pratiche fatte da molte persone, per diventare reali.

Ex zona militare. Il limite, è bonificabile.

Ubrec

Dai uno sguardo alla lista materiali informativi sull’argomento che abbiamo riunito in quest’articolo. Segnalaci altri contenuti interessanti.

Per portare solidarietà agli indagati e indagate segnaliamo l’iniziativa di Nobordersardegna: https://nobordersard.wordpress.com/2019/10/15/cagliari-richieste-cinque-sorveglianze-speciali/?fbclid=IwAR3ljtwl5ebAlRseUX9SfJ0hrgstW9v-XKw7xlVRRv5uwvTeSdVBOoXIK2E#more-5843

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